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La crisi della globalizzazione e la riconfigurazione dell’ordine economico internazionale

Edizione 2026

Position Paper a cura di Andrea Pomella

«Al tempo in cui vennero compiute queste scoperte, la superiorità di forze risultava essere così grande a vantaggio degli europei, che essi poterono commettere impunemente ogni sorta di ingiustizia in quei paesi lontani. In futuro, forse, gli indigeni di quei paesi potranno diventare più forti, oppure gli europei potranno diventare più deboli, e gli abitanti di tutte le varie parti del mondo potranno forse pervenire a quell’eguaglianza di coraggio e di forze che, ispirando loro un timore reciproco, può sola trattenere l’ingiustizia delle nazioni indipendenti e costringerle a rispettare in qualche modo i diritti le une delle altre.»

Adam Smith

La ricchezza delle nazioni, libro IV, cap. VII, parte III (1776)

1. L’ordine liberale e la trasformazione della globalizzazione

La crisi della globalizzazione non coincide con una semplice contrazione dei flussi commerciali e finanziari, ma con un processo più ampio di erosione dell’ordine politico e istituzionale che aveva garantito l’equilibrio e la stabilità del sistema. Sono ormai evidenti le crepe dell’assetto nato a Bretton Woods nel 1944, sottoposto a pressioni crescenti derivanti dai conflitti geopolitici, dalla competizione geo-economica, dal riemergere di esigenze di sicurezza economica e dalla crisi dei meccanismi multilaterali, che ha favorito il ritorno di guerre tariffarie. Questa frattura non dipende soltanto dall’ascesa di potenze revisioniste, ma investe anche le democrazie avanzate, nelle quali le coalizioni sociali favorevoli all’apertura si sono indebolite a vantaggio di forze politiche che rivendicano politiche di segno protezionistico.¹ 

In questa prospettiva, la categoria di “deglobalizzazione” descrive soltanto un aspetto di un fenomeno più complesso. L’interdipendenza e l’interconnessione economica non vengono meno del tutto, ma entra in crisi il sistema globale che teneva insieme leadership statunitense, regole condivise e progressiva liberalizzazione dei mercati, comunemente definito Washington Consensus. La fase dell’iperglobalizzazione — intesa come globalizzazione senza limiti territoriali e vincoli politici — si è conclusa, ma non per questo è finita la globalizzazione, che oggi attraversa una profonda riconfigurazione per effetto del disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina, del mutamento dei flussi di investimento diretto estero e della crescente centralità dei temi della sicurezza e della resilienza nelle scelte dei decisori politici. Un cambiamento che dal punto di vista geo-economico riguarda l’ampiezza e il volume degli scambi, mentre sul piano valoriale investe la critica all’universalismo di matrice illuminista e liberale. 

Per comprendere la portata del fenomeno è utile una comparazione storica con la fase che precedette il 1914 e, più in generale, con la lunga crisi europea del 1914-1945, che parte della storiografia ha descritto come una seconda guerra dei trent’anni.² Come alla vigilia della Grande guerra, anche oggi una stagione di espansione dei mercati e di intensa integrazione commerciale e finanziaria può lasciare il posto a una competizione più aspra tra grandi potenze, a una ridefinizione della gerarchia internazionale e a una contrazione dei flussi commerciali. L’analogia non implica una ripetizione meccanica del passato, perché la competizione contemporanea è insieme tecnologica, finanziaria, energetica e monetaria, e investe il controllo dei corridoi strategici e delle catene del valore. Una competizione che non si esprime nelle forme del passato, ma ha l’aspetto asimmetrico della guerra economica e tecnologica. 

Il caso storico del primo Novecento è utile per rendere la natura epocale della transizione in atto, allora come adesso non è in gioco la fine dell’interdipendenza, ma piuttosto la crisi dell’ordine che l’organizzava. La crisi attuale non è riconducibile esclusivamente a cause esogene, ma riflette anche dinamiche interne alle democrazie avanzate, nelle quali i costi dell’integrazione si sono distribuiti in modo diseguale. La letteratura sul backlash della globalizzazione segnala che gli shock commerciali possono erodere il consenso verso l’apertura, in particolare quando i meccanismi di compensazione risultano deboli o territorialmente asimmetrici.³

2. Geo-economia e sicurezza economica

Con l’incrinarsi dell’ordine liberale, il dibattito pubblico è sempre più condizionato dalle categorie della razionalità geo-economica e del neomercantilismo. Questo cambiamento di paradigma non implica l’abolizione dell’interdipendenza tra i mercati, ma la loro riorganizzazione in funzione della politica di potenza, un fattore che implica l’adozione sistematica di tariffe, sussidi alle imprese strategiche e il controllo delle tecnologie abilitanti mentre il ricorso a sanzioni, il controllo delle infrastrutture e l’estrazione delle materie prime critiche divengono strumenti della competizione egemonica. Come effetto del ritorno di un passato che ritenevamo lontano, l’economia internazionale cessa di essere un ambito separato dalla politica e ritorna il terreno su cui si misurano sicurezza, sovranità e vulnerabilità. La nuova razionalità geo-economica non elimina l’apertura, ma agisce in modo selettivo, subordinandola ad esigenze strategiche. Un cambiamento che non comporta il ritorno tout court al protezionismo di stampo neo-mercantilista, ma che assume l’aspetto più problematico della militarizzazione dell’interdipendenza.⁴ 

Questo cambiamento comporta costi elevati. Le guerre tariffarie avviate dall’amministrazione Trump hanno mostrato che i dazi gravano in larga misura anche sull’economia che li impone, sotto forma di prezzi più alti e di possibili spinte stagflazionistiche; parallelamente, la frammentazione del commercio in blocchi geopolitici riduce i flussi globali e genera perdite di welfare particolarmente rilevanti per le economie più aperte. Il neomercantilismo contemporaneo promette sicurezza e stabilità, ma spesso le persegue al prezzo di minore efficienza e maggiore incertezza. 

Ciò non significa aderire a una concezione del mercato affine ad assunzioni come quella dell’Efficient market hypothesis. Nel caso europeo, dal 2023 la sicurezza economica ha assunto un preciso valore strategico e istituzionale, fondato sul rafforzamento della base industriale, sul de-risking sistemico e sulla costruzione di partenariati con Paesi ritenuti affidabili. In questa direzione si collocano l’Anti-Coercion Instrument, il Critical Raw Materials Act, il Net-Zero Industry Act e il Chips Act. In questa fase, l’intervento pubblico non rappresenta un’eccezione rispetto al mercato, ma una delle condizioni necessarie per tenere insieme apertura selettiva e rafforzamento industriale.⁵

3. Energia, moneta e tecnologia

La transizione in atto investe le dimensioni energetica, monetaria e tecnologica. La prima è la più immediatamente visibile. La guerra in Ucraina e la crisi legata all’Iran hanno mostrato che l’approvvigionamento energetico, il controllo dei choke points marittimi e le infrastrutture critiche restano la base materiale della globalizzazione. Come osserva Barry Eichengreen, il mercato del petrolio continua a essere globale e l’autosufficienza energetica statunitense non mette gli Stati Uniti al riparo da uno shock in Medio Oriente, mentre l’Europa, che dispone di minore autonomia energetica, è più esposta agli shock di offerta e al rischio di stagflazione.⁶ 

La seconda transizione è di natura monetaria. Secondo un recente report di Deutsche Bank Research, il Medio Oriente resta strategicamente decisivo per il ruolo internazionale del dollaro e una crisi legata all’Iran potrebbe mettere sotto pressione le basi del regime del petrodollaro, al riguardo il caso delle transazioni nello Stretto di Hormuz regolate in yuan rappresenta un precedente da considerare. Probabilmente è presto parlare della sostituzione del dollaro: i dati più recenti mostrano che nel quarto trimestre 2025 il renminbi rappresentava ancora solo l’1,95 per cento delle riserve ufficiali, mentre la sua quota nei pagamenti globali restava contenuta. Ma proprio per il suo peso ancora limitato, ogni impiego del renminbi nei circuiti petroliferi assume un significato politico e simbolico che eccede il suo valore reale. Più che una de-dollarizzazione compiuta, si delinea un multilateralismo valutario coerente con la frammentazione geo-economica, che dipenderà dalle scelte del Global South e dipenderà anche dalla capacità dei Paesi BRICS, oggi ancora limitata, di esprimere un’agenda comune. 

La terza transizione è quella tecnologica. L’Europa non può inseguire il modello della Silicon Valley o rifugiarsi nella difesa del vecchio sistema produttivo. Il divario innovativo conta, ma ciò che conta di più è la capacità di generare nuove combinazioni produttive, nuovi settori e nuove leadership tecnologiche. In questo senso, la concorrenza con la Cina non si affronta con il semplice protezionismo, bensì con politiche industriali capaci di orientare la “distruzione creatrice” delle nuove innovazioni verso attività ad alto contenuto tecnologico e maggiore produttività, limitando, per quanto possibile, l’impatto sul tessuto sociale europeo.⁷

4. Medie potenze, nuovo multilateralismo e ruolo dell’Unione europea

A due secoli e mezzo dalla pubblicazione della “Wealth of Nations”, la lezione di Smith conserva una notevole attualità. Il testo di Smith fu un atto d’accusa contro il mercantilismo e il monopolio, non un’apologia ingenua delle virtù del mercato. L’idea secondo cui la difesa conta più dell’opulenza continua a porre un problema che oggi riemerge con forza.⁸ In questa prospettiva, il discorso tenuto da Mark Carney a Davos il 20 gennaio 2026 ha rappresentato un brusco, ma necessario, ritorno alla realtà.  In quell’occasione il primo ministro canadese ha parlato apertamente della rottura dell’ordine internazionale che aveva sorretto la globalizzazione degli ultimi decenni e ha insistito sul fatto che, in una fase segnata dal ritorno della potenza e della rivalità geopolitica, anche le medie potenze possono ancora incidere, a condizione di muoversi con realismo, rafforzare le proprie basi interne e costruire cooperazioni concrete con partner affidabili.⁹ 

Le medie potenze, dunque, possono sostenere l’ordine multilaterale e indirizzarlo. L’Unione europea è il candidato naturale a guidare questo cambiamento, ma solo se evita ogni tentazione autarchica. Il problema non è ripristinare la vecchia globalizzazione, bensì preservare gli elementi caratteristici dell’ordine liberale — regole condivise, prevedibilità giuridica e benefici dello scambio — su una scala geo-economica diversa. In questa prospettiva, l’UE deve agire come potenza di coordinamento rafforzando gli accordi con partner affidabili e difendendo il sistema multilaterale attraverso nuove piattaforme di cooperazione. Un’Europa aperta, dunque, non è un’Europa disarmata. È un’Europa che usa la mano visibile delle politiche pubbliche per difendere le condizioni istituzionali e materiali dei mercati aperti e della concorrenza. Per questo motivo, le infrastrutture, la difesa, l’economia dello spazio e le nuove tecnologie non sono solo elementi  di un’agenda commerciale, ma le precondizioni che rendono credibile una società aperta in un mondo di interdipendenze armate.¹⁰ 

Il banco di prova più impegnativo della strategia europea non riguarda soltanto il mercato interno, ma anche il rapporto con l’Africa, che deve misurarsi con gli obiettivi fissati dal piano strategico dell’Unione Africana Agenda 2026 e che AfCTA, l’Area di Libero Commercio Continentale Africana, si propone di rendere operativi. Questi progetti sono orientati a trasformare le rendite delle materie prime in capacità produttive, occupazione industriale e integrazione regionale. In questa prospettiva, l’Africa non è un semplice serbatoio di risorse, ma un attore strategico dotato di una propria agenda di trasformazione. Il Global Gateway può risultare credibile solo se dialoga con questa agenda, fondata su transizione verde e digitale. L’African Union Commodity Strategy insiste esplicitamente su questi fattori, mentre l’Economic Report on Africa 2025 dell’UNECA e l’African Trade Report 2025 di Afreximbank collocano l’AfCFTA al centro di una strategia di industrializzazione, rafforzamento del commercio intra-africano e costruzione di catene regionali del valore. Anche la riaffermazione della Joint Vision for 2030 al 7° vertice AU-UE di Luanda, nel novembre 2025, va letta in questa direzione.¹¹ 

In questo quadro, la bioeconomia offre una chiave strategica particolarmente promettente. Il nuovo Strategic Framework for a Competitive and Sustainable EU Bioeconomy la presenta come una delle opportunità strategiche del XXI secolo, capace di sostituire prodotti di origine fossile, sostenere crescita verde, competitività e resilienza, rafforzare le comunità rurali e costiere e contribuire all’autonomia strategica europea riducendo la dipendenza da prodotti fossili importati. 

Proiettata sul rapporto euro-africano, questa impostazione ha senso soltanto se si traduce in catene del valore condivise, ricerca applicata, lavorazione locale e distribuzione più equa dei benefici della transizione. Il lavoro recente dell’UNCTAD sui minerali critici insiste, del resto, sul fatto che la trasformazione richiede diversificazione oltre l’estrazione, connessioni a monte e a valle, coordinamento industriale e cooperazione regionale. Il partenariato euro-africano sarà, dunque, credibile solo se saprà combinare tutti questi fattori.¹²

Conclusioni

La crisi della globalizzazione coincide con la fine dell’ordine liberale sorretto dalla combinazione di egemonia americana, regole multilaterali e la progressiva apertura dei mercati. La transizione energetica, la competizione tecnologica, l’uso coercitivo della moneta e il ritorno della guerra hanno trasformato l’interdipendenza in un terreno di pressione geo-economica e favorito l’emersione di un nuovo neomercantilismo. Ma questa crisi non impone un ritorno all’autarchia. Il punto, come insegna una lettura non superficiale della scuola classica, è tenere insieme il mercato e le politiche pubbliche, lo sviluppo e la difesa. Detto altrimenti, trovare un nuovo equilibrio fra mano visibile dello Stato e mano invisibile del mercato. A tal fine, le medie potenze e l’Unione europea restano degli elementi decisivi. Esse possono ancora preservare le virtù del commercio aperto, ma non più alla scala dell’iperglobalizzazione degli anni Novanta e Duemila. La nuova scala geo-economica richiede delle coalizioni a livello regionale e degli accordi selettivi tra partner affidabili. Se a questi elementi si aggiunge una relazione di tipo innovativo con l’Africa, l’Europa può non semplicemente adattarsi alla frammentazione del mondo, ma contribuire a ricostruire su una nuova scala geo-economica le virtù della società aperta.

Note 

  1. G. J. Ikenberry, «The End of Liberal International Order?», in International Affairs, vol. 94, n. 1, 2018, pp. 7-23; J. Chen e Z. J. Wang, «Geopolitical Conflict, Geoeconomic Manoeuvring, and the Law of the Jungle: Are We Witnessing the End of the Liberal Trading Order?», in J. Nakagawa, T. Hamada e Y. Ishikawa (a cura di), Geopolitical Risks and Geoeconomics in International Economic Law. Asian Perspectives and Beyond, Singapore, Springer, 2026; B. Eichengreen, «Geopolitics and the Global Economy», in Journal of International Money and Finance, vol. 146, 2024, art. 103124.
  2. I. Kershaw, «Europe’s Second Thirty Years War», in History Today, vol. 55, n. 9, 2005; J. Echternkamp, «1914-1945: A Second Thirty Years War? Advantages and Disadvantages of an Interpretive Category», in S. O. Müller e C. Torp (a cura di), Imperial Germany Revisited. Continuing Debates and New Perspectives, New York/Oxford, Berghahn Books, 2011, pp. 189-200; E. Traverso, Fire and Blood. The European Civil War, 1914-1945, London/New York, Verso, 2016.
  3. D. Autor, D. Dorn, G. Hanson e K. Majlesi, «Importing Political Polarization? The Electoral Consequences of Rising Trade Exposure», in American Economic Review, vol. 110, n. 10, 2020, pp. 3139-3183; I. Colantone e P. Stanig, «Global Competition and Brexit», in American Political Science Review, vol. 112, n. 2, 2018, pp. 201-218.
  4. C. Mohr e C. Trebesch, «Geoeconomics», in Annual Review of Economics, vol. 17, 2025, pp. 563-587; H. Farrell e A. L. Newman, «Weaponized Interdependence: How Global Economic Networks Shape State Coercion», in International Security, vol. 44, n. 1, 2019, pp. 42-79; M. Foucault, «Weaponized Interdependence: The Return of Economic Geostrategy», in Revue d’économie financière, n. 160, 2025, pp. 41-53; M. Amiti, S. J. Redding e D. E. Weinstein, «The Impact of the 2018 Tariffs on Prices and Welfare», in Journal of Economic Perspectives, vol. 33, n. 4, 2019, pp. 187-210; R. G. Campos, J. Estefania-Flores, D. Furceri e J. Timini, «Geopolitical Fragmentation and Trade», in Journal of Comparative Economics, vol. 51, n. 4, 2023, pp. 1289-1315.
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  6. B. Eichengreen, «Geopolitics and the Global Economy», cit.; B. Eichengreen, «International Finance and Geopolitics», in Asian Economic Policy Review, vol. 19, n. 1, 2024, pp. 84-100; Deutsche Bank Research, What Iran Means for the Dollar: A Perfect Storm for the Petrodollar, 24 marzo 2026; International Monetary Fund, Modest Growth in World Official Foreign Currency Reserves: IMF Currency Composition of Official Foreign Exchange Reserves, World Aggregates, Fourth Quarter of 2025, IMF Data, 27 marzo 2026; SWIFT, RMB Tracker. February 2026, 2 febbraio 2026.
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