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Scuola secondaria e formazione

Position paper a cura di Giuseppe Coco

Se il divario economico tra Mezzogiorno e Centro-Nord è senz’altro un motivo di preoccupazione, per quanto la diseguaglianza territoriale italiana non sia significativamente diversa da quella dei principali grandi paesi europei, il divario in termini di istruzione, in particolare negli ordini di istruzione secondaria e tecnica, è un macigno sulle prospettive future dell’area svantaggiata del Paese. Tuttavia, la sua dimensione e la sua evoluzione, e quindi le ricette necessarie, non sono pienamente comprese.

La scuola secondaria

Il dato più comunemente citato è quello dell’abbandono scolastico. Nonostante un buon recupero negli ultimi dieci anni, l’Italia è ancora il paese con più alti tassi di dispersione in Europa, salvo Spagna e Romania. Le regioni del Mezzogiorno continentale hanno tassi di abbandono nel 2021 attorno al 15 per cento (nelle isole è maggiore). Nel Centro-Nord il tasso di abbandono è di circa 5 punti percentuali in meno. Tuttavia in entrambe le ripartizioni il tasso di abbandono è diminuito in maniera notevole negli ultimi dieci anni (più di 5 punti percentuali). La situazione è quindi migliorata apparentemente nella stessa misura. Questo suggerirebbe un divario stabile, ma in una situazione in miglioramento in entrambe le ripartizioni.

La realtà è invece molto più preoccupante e non emergerebbe se non avessimo a disposizione i dati INVALSI sull’apprendimento. L’INVALSI infatti valuta anche la percentuale di studenti con apprendimenti assolutamente incompatibili con la chiusura del ciclo scolastico superiore. Questa proporzione di studenti rappresenta la dispersione implicita, ovvero studenti che pur frequentando ed avendo concluso il ciclo scolastico, mostrano abilità cognitive assolutamente incompatibili con lo stesso titolo di studio. Ed è qui che emergono le differenze più preoccupanti.

Nel 2019, prima del COVID, la dispersione implicita era superiore al 10 percento in tutte le regioni del Mezzogiorno, al 17 per cento in Calabria (poco minore in Sicilia e Sardegna). Nessuna regione del Centro-Nord mostrava dispersione implicita superiore al 5%. Questo suggerisce ampiamente che al Sud il recupero di dispersione esplicita è avvenuto con caratteristiche diverse che al Nord. Di fatto riusciamo a riportare sui banchi alcuni ragazzi, ma non a fornirgli le abilità e le conoscenze che motivano l’esistenza della scuola dell’obbligo.

La situazione dopo il COVID fornisce delle altre indicazioni chiarissime. La dispersione implicita è aumentata in maniera vertiginosa per le classi di età in chiusura del ciclo di studi nell’anno del COVID, e rientra molto faticosamente dopo. In maniera assolutamente differenziale nel Mezzogiorno. La chiusura delle classi ha avuto un effetto drastico, in particolare sulle due regioni in cui i Presidenti hanno deciso le chiusure più prolungate: Puglia e Campania. In entrambe la dispersione implicita è aumentata nel 2020 di ben 6 punti percentuali, mentre in Calabria più di uno studente su 5 poteva essere considerato disperso. Nel 2021 abbiamo assistito in alcune regioni (non tutte) ad un parziale rimbalzo, che non fa che confermare l’errore delle chiusure prolungate e il danno alla generazione penalizzata.

Nel complesso l’evidenza esistente non quadra con l’idea che il problema specifico del Sud sia una distribuzione di risorse distorta. I Conti Pubblici Territoriali, una fonte che peraltro in genere fornisce un quadro della spesa distorto a sfavore del Mezzogiorno, mostrano una spesa pro-capite di 844 euro al Nord e 951 al Sud. La dimensione media delle classi è inferiore al Sud.  Gli insegnanti sono più anziani, quindi più esperti, anche probabilmente meno aggiornati al Sud, ma di certo più stabili.

Non esistono ragioni per cui la scuola del Sud sarebbe penalizzata, salvo come detto nel comparto pre-scolare e il tempo pieno alle elementari. Anche se l’istruzione pre-scolare può avere effetti di lungo periodo, è però difficile spiegare ad esempio perché, nonostante l’assenza di asili pubblici, i ragazzi del Sud performino bene nei test Invalsi nel ciclo primario. Il crollo relativo dell’apprendimento avviene nelle scuole medie e superiori, e questo suggerisce che al netto del potenziamento degli asili (e del tempo pieno) in realtà sarà difficile migliorare la situazione dell’apprendimento senza guardare dentro la scuola media. A questo proposito il PNRR mette in campo una serie di iniziative mirate a contesti e studenti problematici specificamente designato per ridurre il divario territoriale (1,5 miliardi nell’arco di piano). In particolare sistemi estesi di tutorato e un importante programma di aggiornamento degli insegnanti e dirigenti scolastici.

La scuola media è forse la più delicata età di formazione[1] dove si può ancora fortemente incidere sull’individuo che affronta grandi trasformazioni personali nella crescita ma nella quale si è riscontrato da tempo il declino dell’apprendimento e il consolidamento delle diseguaglianze. Due aspetti di particolare rilevanza sono quelli degli ambienti innovativi di apprendimento e del digitale, cui le risorse del PNRR sono destinate anche in chiave di riduzione dei divari e di garanzia del successo formativo. La fluidità delle competenze necessarie crea problemi di progettazione dei contenuti e induce a puntare molto sullo sviluppo di competenze e skill applicabili poi in vari ambiti. Non si tratta di avere solo a disposizione infrastrutture digitali e ambienti innovativi di apprendimento ma di preparare la società del futuro e servono per sostenere la transizione digitale non solo strumenti ma studenti e docenti digitali, intendendo la digitalizzazione come strumento che permette alle nuove generazioni di comunicare e lavorare in maniera diversa in ogni ambito. Il PNRR stanzia 2,1 mld € per queste azioni e ha seguito nell’assegnazione il criterio della maggiore popolazione. Per Merita le scuole sono il primo fronte della sfida digitale italiana ed europea. La riforma che ha preso in considerazione la formazione digitale iniziale e lungo l’intera carriera dei docenti va nella giusta direzione perché gli stessi dovrebbero essere selezionati e sostenuti nella loro motivazione ad essere sempre aggiornati sull’evoluzione del digitale.

Esiste una serie di ragioni potenziali per la scarsa performance del Sud che vengono di solito trascurate. Un aspetto rilevante è il divario negli standard cui la scuola si conforma, anche standard valutativi. Nella scuola superiore ad esempio è probabile che l’assenza di fatto di un esame di Stato comparabile su scala nazionale per criteri di valutazione, provata dalla incompatibilità assoluta dei test INVALSI e delle votazioni finali, ha comportato il venir meno di standard di qualità di apprendimento nella scuola meridionale. Un esame di Stato con Commissari esterni di altre aree geografiche, gestito con modalità telematiche potrebbe grandemente ridurre le differenze di valutazione e rappresentare un importante elemento di disciplina e crescita. Un ruolo simile potrebbe essere svolto da un peso attribuito all’INVALSI nelle valutazioni.

La questione delle risorse non è irrilevante anche se non in termini di distribuzione geografica. La composizione della spesa pubblica (per voci) del nostro Paese conduce alla conclusione che esso abbia deciso che l’istruzione non è una priorità. Il fatto che le risorse siano insufficienti in generale probabilmente poi impatta in maniera differenziale sugli ambiti territoriali e le classi sociali più svantaggiate. Rimane il fatto che le risorse non spiegano la maggior parte del divario. All’interno del Mezzogiorno esiste una vera e propria spaccatura tra regioni adriatiche, con performance INVALSI non lontane dalle medie nazionali, e tirreniche. La correlazione tra spesa e performance è in questo caso inversa. Evidentemente altri fattori sono più rilevanti.

L’ultimo elemento a nostro parere sono gli incentivi per i ragazzi. È evidente che la motivazione per acquisire conoscenze risiede nel valore di quelle conoscenze. L’Italia è uno dei paesi in cui i rendimenti dai titoli di studio sono più bassi (anche se ancora sostanziali). Inoltre, c’è una crescente evidenza che i rendimenti dall’istruzione, sicuramente differenziati, potrebbero dipendere in maniera cruciale dall’appartenenza sociale degli studenti. Per chi non ha la ‘giusta’ appartenenza sociale gli incentivi a studiare potrebbero essere scarsi. Alcuni anni fa Coco e Lagravinese (2014) mostrarono che la percezione della corruzione era fortemente correlata alla performance nei test PISA a livello nazionale. Un articolo recente (Bussolo, Checchi e Peragine, 2023) trova che l’Italia è l’unico grande Paese europeo in cui la diseguaglianza di opportunità (in particolare dovuta alla classe sociale) è aumentata negli ultimi decenni. Tutto questo è fortemente coerente con l’evidenza per cui i risultati scolastici al Sud sono più correlati con la classe sociale e che la polarizzazione è comparativamente maggiore.

Istruzione tecnica e ITS

Un aspetto decisivo della competitività del sistema di istruzione si gioca nella istruzione tecnica e professionale. Il crescente disallineamento tra le competenze degli studenti e quelle richieste dalle imprese necessariamente rimanda a un deficit nella struttura dell’offerta formativa. Va preliminarmente rimarcato che questo non significa che il compito della scuola debba essere unicamente quello di fornire informazioni e capacità tecniche. Queste devono essere acquisite in parte preponderante come in ogni paese in azienda. Le competenze di base, la capacità di leggere, comprendere e riprodurre un testo e di utilizzare strumenti fondamentali di matematica e logica ad esempio, sono necessarie qualunque professione si svolga. Anzi, diventano sempre più importanti man anno che flessibilità e apprendimento lungo tutta la vita lavorativa diventano necessari. In effetti molto del divario tra Nord e Sud anche in termini di performance al test INVALSI si spiega con il gap negli istituti tecnico-professionali. Nelle regioni settentrionali si raccoglie più del 47% degli iscritti ai tecnici (con il 43% della popolazione scolastica di riferimento). Le percentuali più alte (tra il 38,7% e il 33,3%) si riscontrano in Veneto, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Piemonte. Percentuali minori si riscontrano in Lazio, Campania, Basilicata e Sicilia. Ancor più in questo caso però il divario probabilmente si spiega in termini di prospettive e conseguenti incentivi. La percentuale di diplomati negli istituti tecnici che risultano occupati è sopra il 70 per cento in tutte le regioni del Nord-Est, mentre è meno della metà in tutto il Mezzogiorno tirrenico. La struttura produttiva, con una scarsissima presenza di medie e grandi imprese, non aiuta ovviamente a collegare la offerta di istruzione alla domanda di lavoro. In questo potrebbe ravvisarsi la motivazione per cui, nonostante la percentuale di diplomati sia nettamente inferiore al Sud, vi sia una maggiore preferenza per l’iscrizione ai licei: il 74% degli studenti che scelgono il classico vivono al Centro-Sud, dove si concentra solo il 57% degli studenti iscritti in terza media.

Nel maggiore divario che si registra nella istruzione tecnica e nella formazione professionale è possibile identificare anche una motivazione più specifica di quelle sopra discusse nella incapacità delle Regioni, cui la materia è devoluta interamente, a pianificare, gestire, indirizzare correttamente risorse agli istituti a seconda dei risultati. Questo ha condotto, nella gran parte del Mezzogiorno, a un sistema che di fatto in assenza di alcuna valutazione di performance riproduce le esperienze esistenti a prescindere dai risultati, ed anzi in alcuni casi determina una selezione inversa. Anche in questo caso però i pochi casi virtuosi (soprattutto il caso pugliese) mostrano che non si tratta di un destino inevitabile.

La scorsa legislatura ha realizzato anche la riforma degli ITS (ora Academy), il principale strumento di connessione tra politiche formative e politiche industriali in un’epoca di grandi trasformazioni tecnologiche ed organizzative. A distanza di quasi 15 anni dalla fondazione il bilancio del loro funzionamento è positivo. L’efficacia dello strumento è comprovata dai giovani diplomati ITS che, a un anno dal conseguimento del titolo di studio, sono stabilmente occupati in ragione dell’80% con punte del 90/100 % in alcuni territori ed in alcune aree tematiche. Anche le iscrizioni crescono (seppure lentamente). In Italia le Fondazioni ITS sono 86, i percorsi formativi 260 e gli iscritti 6.800 (Rapporto INDIRE 2022). Una piccola cosa rispetto alla Germania dove la formazione tecnica superiore mobilita circa 10.000 strutture simili, con un coinvolgimento pieno delle imprese ed uno stanziamento tra pubblico e privato che supera i 10 miliardi di euro. Nel Mezzogiorno ci si presenta una situazione ancora più negativa. Gli ITS non sono pochi, ma quasi sempre poco efficienti e ancor meno efficaci. Nel 2019 (INDIRE) in queste ultime regioni il tasso di abbandono è stato del 32,4% (contro il 19,8% del Centro-Nord). I tassi di occupazione a un anno dal diploma degli ITS sono però abbastanza confortanti anche nel Mezzogiorno (attorno o poco sotto il 70 per cento). Ci sono eccellenze anche nelle regioni meridionali, ma mentre al Nord gli ITS sono sempre più parte del processo di adeguamento delle nuove competenze alle necessità delle imprese, al Sud questo rapporto stenta a decollare.

Un ruolo fondamentale lo devono svolgere le grandi imprese pubbliche e private, le quali, stimolate dallo Stato, devono cominciare ad avviare una grande campagna di alta formazione professionale (soprattutto nei profili scientifici e tecnologici). Fino al 2020 le risorse dedicate agli ITS ammontavano a poche decine di milioni all’anno e senza il contributo significativo delle imprese non avrebbero potuto crescere. Oggi c’è una positiva congiuntura perché nel PNRR (Missione 4: Istruzione e Ricerca) è previsto un capitolo per lo “Sviluppo del sistema di formazione professionale terziaria (ITS)” con una spesa di 1,5 miliardi nel quinquennio, ai quali si sommano i fondi stanziati per il 2021/2022 nel Fondo per l’istruzione e la formazione tecnica superiore. Il credito d’imposta rafforzato (al 60%) per finanziamenti delle imprese agli ITS del Sud è di sicuro uno strumento virtuoso per rafforzare non tanto i finanziamenti quanto il legame col mondo produttivo, il vero tallone d’Achille degli ITS del Sud. L’elemento fondamentale che deve essere rafforzato è l’intreccio fra fabbisogno di competenze richiesto dalle imprese e il ruolo attivo delle medesime nella definizione dei programmi e nel sostegno formativo diretto con docenza sia in classe che in azienda.


[1] https://asvis.it/notizie/2-10659/le-criticita-della-scuola-media-dalla-perdita-di-apprendimento-alle-disuguaglianz e